Regala un #libro

LIFESTYLE

Sommersi dall’era digitale in cui viviamo, sopraffatti da una realtà virtuale che ingloba vizi e virtù umane e ci spinge a distaccarci sempre più da cose ed emozioni tangibili, resta immune da questo cambiamento epocale solo una domanda che in questo periodo dell’anno torna ad ammorbarci: “Cosa regalo a Natale?”.

Che sia un lui o una lei, il tuo lui o la tua lei, un amico, un parente o un conoscente, c’è solo un modo per “andare sul sicuro” e donare a chi ci sta più a cuore una cosa che non passa mai di moda, sebbene negli ultimi anni sia stato denigrato e surclassato da tablet, Kindle e serie TV: un libro! È ora di voltare pagina, nel vero senso della parola. È tempo di regalare un oggetto che dona emozioni, cultura e conoscenza, rispolverando tra l’immaginazione concreta di ognuno di noi.

#NonSopporto

DESIGN, FOOD, LIFESTYLE, TRAVELS

Facile a farsi, difficile a dirsi, tendiamo con incredibile frequenza a celare o ad omettere le nostre repulsioni.
Nell’epoca in cui si cercano sempre più consensi, sottolineando le cose che amiamo, ho deciso di provare a sfogarmi spiattellando liberamente tutto ciò che proprio non sopporto, perché se la speranza è l’ultima a morire, la pazienza, invece, è la prima a perire.

Ecco cosa io davvero non sopporto (anche se poi alla fine sono molto tollerante).

Non fate studiare #Architettura ai vostri figli

DESIGN

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_ Non fate studiare architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena.

Vi ritrovereste con dei figli frustrati, incapaci di relazionarsi con il mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, né carne né pesce, insomma. Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri.
Un incubo.
Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate la pazienza infinita di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d’ispezione, e tutto gratis o per un ridicolo rimborso spese. Tutto questo per poter mettere sul curriculum, dopo essere stato spremuto come un limone, di aver lavorato per lo stimato professionista. Che non serve a nulla. Perché se si va a fare un colloquio con un altro stimato, stimatissimo professionista, si ritorna nel girone infernale dei pozzetti di ispezione e dei rimborsi spesa ridicoli. E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico che ti guardano ridacchiando sotto i baffi, trattandoti come una burba in una caserma punitiva o, peggio, per sperduti uffici di geometri specializzati in pratiche catastali. Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono da anni: “Ma sei un architetto di interni o di esterni?”
E tu che proprio non sai rispondere, perché la domanda è assolutamente incomprensibile: dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L’architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare che uno si fermi agli interni e che un altro si occupi degli esterni? Ma l’architettura non era il gioco sapiente dei volumi sotto la luce del sole? Non era una totalità inscindibile?

Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d’Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola.
Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso.
Eccomi Italia. Fa di me quello che vuoi.
Gregotti aveva ragione: in Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica. Fare architettura è innanzi tutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che a parità creativa non riusciranno nemmeno a fare una villetta in campagna? Che né è di quelli che, dopo anni a disbrigare le pratiche accademiche dei loro baroni, esasperati da anni di precariato intellettuale, mollano tutto e vanno a fare i tecnici comunali?

Se insistete e davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolge dantesche che sono le facoltà di architettura italiane, bè, allora fatelo! Ma fatelo davvero. Perché in fondo, se non siete i genitori ricchi consigliati da Gregotti e se nulla programmate di concreto per il futuro dei vostri figli e siete fervidi credenti nella provvidenza divina, di certo state facendo frequentare loro la più bella delle facoltà universitarie, la più stimolante, la più variegata. Perché l’architettura è una disciplina che si pone in un crocevia dove soffia da una parte il vento della cultura umanistica e dall’altra quello della cultura scientifica e dell’innovazione. Perchè un architetto deve sapere di tecnologia, di sociologia, di storia dell’arte, di restauro, di tecnica delle costruzioni, di estetica, di urbanistica, di composizione. Perché è l’ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano pochi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarsi un lavoro, qualunque lavoro. Perché la disciplina dell’architettura prevede una flessibilità mentale, una capacità di adattamento alle situazioni, un senso di progetto, che servono a prescindere dal lavoro che stai facendo. […] L’altro grande dono che ti da è lo sguardo. La capacità di interpretare lo spazio, di dialogare con le forme, di comprendere il potenziale iconografico del reale e del virtuale.
Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi cad, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare.
Poi però mandatelo all’estero. Che qui non c’è speranza _

Tratto da “Metropoli per principianti” di Gianni Biondillo _Guanda Editore, Parma, 2008

#PerchèUnBlog?

LIFESTYLE

Perché se non ce l’hai (un blog), non sei nessuno.

Perché oramai è uno status quo e se magari un giorno aboliranno l’albo degli Architetti (ma magari!), sicuramente questo sarà soppiantato dall’albo delle Blogger.
Perché anche se odio le borse Michael Kors, le Smith e i jeans strappati, ho anch’io un fidanzato “fotografo” che asseconda le mie passioni.
Perché adoro il rosa, i cupcakes, i fiocchi, i cuori e le perle.
Perché non ho una Yankee Candle e non faccio acquisti maniacali su Asos, ma ho anch’io tradito Mr Darcy per Mr Big per poi subire il fascino di Mr Grey.
Perchè Tiffany è stata la mia seconda casa.
Perché anch’io non sarò mai assuefatta da Sephora, Ikea, Tiger, H&M, Zara, Primark…
Perché ho imparato a resistere all’impulso del primo morso per scattare una foto di una pietanza fumante da postare su Instagram.
Perché per gli amici sono TricAdvisor (Tricarico è il mio cognome).
Perchè fa figo hashtaggare una foto con #blogger , #vitadablogger … e chi più ne ha, più ne metta.
Perché non sono figa abbastanza, ma mi gratifica fingere di esserlo.
Perché ho due lauree e mi nutro di libri, ma ho anche un lato profondamente frivolo e femminile.
Perché l’architettura ha dominato la mia vita per anni prosciugando le mie energie ed ora è arrivato il momento di divagare un po’.
Perché la leggerezza (mentale) è il sapore della vita.
Perché l’Insalata Bionda degli albori e la Clio Make Up di sempre hanno creato in me dipendenza.
Perchè Carrie è la mia musa ispiratrice.
Perchè la Lucarelli docet.
Perché da piccola volevo fare la scrittrice.
Perché da grande vorrei scrivere un libro.
Perché credo che sia una vetrina sul mondo.
Perchè non posso esimermi dal dire, sempre, la mia (opinione).
Perché forse, correttore automatico a parte, sarò in grado di scrivere qualcosa che non sia grammaticalmente scorretto, giovando di ipotetiche licenze poetiche.
Perché amo l’ironia, anche se con un pizzico di genuina polemica.
Perché sono un’inguaribile romantica, sognatrice ma con le punte dei piedi per terra.
Perchè esigo un mio piccolo spazio personale, in questo enorme marasma virtuale.
Perché non mi piace espormi ed essere al centro dell’attenzione, ma io ci provo lo stesso.
Perchè una bionda piccola è come il nero: sta bene con tutto.
Perché seguo la moda, ma non troppo.
Perché blogger si diventa.
Perché condividere è (oramai) vita.
E voi perché avete un blog?