#BUONIPROPOSITI A CHI?!

Nella mia vita ho fatto almeno sei traslochi [che io ricordi], non ho ancora trovato il mio posto nel mondo [e chissà se mai lo troverò] e non ho la minima idea, soprattutto ora come ora, di quale sia la città ideale in cui vorrei vivere [che poi, abbiamo ancora degli ideali?].

Anni fa riposi ogni mia speranza nella Capitale: vivevo a Roma, ma poi ho smesso. Sono stata all’estero ma in fondo mi mancava l’Italia [o forse non volevo semplicemente darla vinta a quella moda dei cervelli in fuga]. Sono tornata in Italia e mi sono accorta che mi manca quell’approccio schietto e sfrontato tipico dell’estero.

Quest’anno ho però detto “grazie” non so a chi, per il fatto di non trovarmi a vivere in una giungla urbana come Roma o addirittura all’estero in una situazione di emergenza sanitaria come questa.

Il 2020 è stato un anno alla “sliding doors”, uno di quei tanti “e se non avessi detto questo…?”, “e se avessi fatto quello…?”, di quel rimuginare su parole dette ma sopratutto su cose non fatte.

È stato un anno un po’ ovattato, un po’ falsato e anche un po’ parafrasato, dove quella pandemia che eravamo abituati a scongiurare solo nei film abbiamo dovuto eluderla anche nella realtà.

È stato un anno scandito a botta di DPCM, dove le decisioni le abbiamo in parte prese noi, mai in buona parte sono state prese da terzi che non sanno proprio nulla della nostra vita privata.

È stato un anno di solitudine e di adattamenti, di sconvolgimenti e di ripensamenti, di convogliamenti e si, diciamolo pure, di esaurimenti. Di fronte corrucciata e di meningi spremute.

È stato un anno di persone che vanno e di amici che valgono, di coppie che scoppiano e di ritorni di fiamma e minestre riscaldate che proprio “boh!”, di cantanti che hanno prodotto il doppio e incassato meno della metà, di artisti che ci dicono addio, di progetti digitali che incalzano e di botteghe che muoiono, di negozi e di bar che invece hanno abbassato le loro saracinesche e non le hanno rialzate mai più.

È stato un anno di metabolismo lento, quello psicologico intendo, in cui ci ho messo un po’ a prendere consapevolezza di una situazione, ad assimilare un dato di fatto, ma quando poi ciò è avvenuto, puff, il passato è ormai passato e io non mi sono più voltata indietro.

È stato un anno di una miriade di dirette Instagram allo scoccare di ogni ora, degli aperitivi su Zoom, di Propaganda Live ogni santo venerdì perché tanto a casa dovevamo stare, delle serie TV più viste di sempre, del lievito e dell’alcool introvabili, della pizza fatta in casa tutti, e dico tutti, i sabato sera in fase di quarantena.

È stato un anno statico, anche se io alla fine come sempre mi sono mossa forse fin troppo, senza però smuovermi mai.

È stato un anno sedentario, quasi completamente senza aerei, fatto di treni e di viaggi in macchina laddove possibile, di spostamenti lenti, di biciclette, della riscoperta e della valorizzazione del nostro Paese, cosa che io, sia ben chiaro, non avevo mai smesso di fare dato che tra un viaggio e l’altro l’Italia restava sempre la protagonista indiscussa delle mie fughe nei weekend.

È stato un anno che come un pendolo ha oscillato tra l’incertezza e la voglia di fare, tra il sopire apatici sul divano e il provare ad essere proattivi anche da remoto, tra quel volersi sfogare e quella voglia di non voler dare spiegazioni.

È stato un anno in cui i fobici e gli ipocondriaci come me si sono sentiti compresi, capiti, accettati.

È stato un anno in cui in tanti hanno avuto un deterrente per non trascorrere il Natale con la propria famiglia, esulando così le domande scomode e le imposizioni sociali.

È stato un anno instabile in cui è stata compromessa e anche messa a dura prova le nostra stabilità.

È stato un anno in cui abbiamo preso consapevolezza che in amor vince chi fugge, che a lavor vince chi sgobba, ma non abbiamo ben capito se nella vita vince chi va o chi resta.

È stato un anno in cui abbiamo appurato che la vita a volte è beffarda e spesso si prende gioco di noi, ma no, siamo onesti: non ne siamo usciti migliori!

È stato un anno di consapevolezza e accettazione, di rallentamento e di smarrimento, dove abbiamo perso la direzione, dove abbiamo rimuginato su ogni imprecazione.

È stato un anno di mancanze e di ricordi.

È stato un anno che ci ha privato di tante cose ma ci ha regalato il tempo.

È stato un anno qualunque, memorabile ma che in molti vorranno dimenticare.

Apro, e chiudo parentesi.

Del resto lo scorso capodanno accarezzavo cinghiali imbalsamati in Romania ad un mercatino di Natale un po’ grigio, mentre brindavo con del vin brûlé bollente un po’ troppo speziato, calpestando un manto di neve con scarpe decisamente inadatte a temperature sotto lo zero. Ecco, l’avrei dovuto intuire proprio allora che il 2020 sarebbe stato un po’ una cacca.

Che poi se siamo qui a raccontarcelo quest’anno appena passato, in fondo in fondo non è stato poi così male.

Che il 2021 sia migliore. Punto. Più sano e più vero. E senza buoni propositi, per carità! Che tanto poi arriva una terza ondata e vanno tutti all’aria!

Buon anno. A tutti, proprio a tutti.

Anche agli anaffettivi; anche a quelli a cui “resilienza” non fa ancora accapponare la pelle; anche a chi non beve caffè; anche a chi è sparito per sempre senza neanche salutare, anche se niente è mai per sempre; anche a chi ciuccia lo spritz dalla cannuccia nel bicchiere dell’amico, nonostante tutto; anche a chi saluta le persone con due baci e un abbraccio rigorosamente con la mascherina abbassata, nonostante tutto; anche a chi a progetto finito non ti chiede mai “quanto ti devo?”; anche ai ritardatari; anche a chi ha il coraggio di scegliere ancora il vetrocemento; anche a quelli che agli auguri rispondono “Grazie” ma non “anche a te”; anche a chi, appunti, gli auguri non te li ha affatto fatti; anche, e soprattutto, a chi visualizza e non risponde; anche a chi di buoni propositi ne ha proprio tanti.

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