UN #LIBRO E UNA #SERIE: LA CULTURA CHE LASCIA IL SEGNO

Comunque vedere Unorthodox su Netflix e leggere contemporaneamente L’educazione di Tara Westover, in tempi di quarantena poi, non è stata una buona idea.

Mi ero riproposta di fare solo cose che mi mettessero di buonumore come preparare ripetutamente una moka di caffè da sniffare per poi berla tutta d’un sorso, finire di vedere Grace & Frankie, ascoltare i Selton al risveglio, vedere tutte le stagioni di Scrubs, fare le scale con Willie Peyote nelle cuffie, rivedere Sex and the City per l’ennesima volta, passare in rassegna la breve ma divertente discografia dei Pinguni Tattici Nucleari, fare yoga ogni giorno, impastare pizza o pane a giorni alterni, fare scorta di vitamina D sul balcone con Frank Sinatra in sottofondo e un libro divertente tra le mani, disegnare, dipingere, progettare.

Poi su Netflix è arrivata Unorthodox, una miniserie di sole quattro puntate ambientata un po’ nella Williamsburg newyorkese che tutti amiamo un po’ nella Berlino che in tanti stimiamo, che racconta la storia di una ragazza ebrea ultraortodossa alla ricerca del cambiamento, basata sull’autobiografia del 2012 di Deborah Feldman. Tutti hanno iniziato a parlarne, ad adularla, a propinarla, a gridare al capolavoro. E non ho potuto fare a meno di iniziarla. Per mera curiosità e perché io se non vedo non credo. E devo dire che è toccante, interessante dal punto di vista culturale, avvincente per quanto cupa, breve ma intensa. All’apparenza sembra quasi storica ma in realtà è contemporanea come non mai e racconta il modo di vivere di una piccola grande comunità, quella ebraica, nel cuore di New York, dove la vita è scandita da rigide norme comportamentali alquanto anacronistiche e decisamente retrograde rispetto allo standard della Grande Mela, che vanno prevalentemente a discapito delle donne. Ma il coraggio di cambiare predominerà sulla prevaricazione di genere, in un susseguirsi di pathos e di sovrapposizione di ricordi che generano ansia, rabbia e riflessione.

Peccato che lo stesso giorno ho iniziato a leggere il tanto acclamato libro L’Educazione di Tara Westover [mia coetanea, tra l’altro] che racconta la storia di una ragazza, le scrittrice per l’appunto, appartenente ad una famiglia americana mormona molto rigida che le inculca, a lei come ai suoi fratelli, delle idee e delle regole drastiche, senza possibilità di scelta, senza istruzione pubblica, senza memoria storica, senza neanche le cure mediche, senza libertà di pensiero, senza reazione ad ogni sottomissione. Assurdo ma vero. Sino a quando arriva, lento ma inesorabile, un tentativo di svolta. Perché essere succubi non è mai la soluzione, il problema è capirlo.

E vedere Unorthodox e leggere contemporaneamente L’educazione, in tempi di quarantena poi, non è stata una buona idea. Perché sono affini nel raccontare in maniera densa, intensa e tragica fatti realmente accaduti. Perché si focalizzano su quella chiusura mentale, sulle credenze connesse e su una sorta di plagio che porta a dare per buoni comportamenti scorretti, violenti. Perché vagano in egual modo nei meandri della mente umana. Perché sono dettati da una cultura che lascia il segno. Perché parlano entrambi di reclusione, di quella mentale però e circoscritta nei limiti di una cultura limitante; di costrizione; di confinamento in delle comunità che prima o poi, inevitabilmente, iniziano a stare strette; di oppressione; di distanziamento sociale da chi è culturalmente diverso però; di soppressione; di asservimento a delle rigide norme che vagamente ricordano, per rigidezza e non per altro, quelle a cui siamo assoggettati adesso; di contenimento.

Fortuna che poi arriva il cambiamento, che comporta miglioramento e una parvenza di felicità.

Ora però torno davvero a finire di vedere Grace & Frankie, che è meglio.

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