PERCHÉ #SANREMO È SANREMO!

Ci risiamo. Anche quest’anno ci siamo più o meno piacevolmente sorbito Sanremo, tra elogi e polemiche, tra tedio e curiosità. Più che per gusto, per spirito di gruppo: perché pare vada ancora di moda guardare Sanremo per commentare, per sparlare, per fare del chiacchiericcio gratuito. Per stanare una gaffe, per rimpolpare l’udito, per scaldare le corde vocali. Per riscoprirci un tantino campanilisti. Per poter dire che Sanremo è oramai divenuta una kermesse autoreferenziale dove il vero protagonista sovente è il cantante-conduttore da due anni a questa parte: Claudio Baglioni. Con le sue canzoni che hanno segnato il passato, molte delle quali belle, bellissime, ma con un savoir-faire nelle vesti del conduttore che lo fanno apparire ingessato, impacciato, forse timido. Accanto a lui un altrettanto incredibilmente esitante Claudio Bisio ed una Virginia Raffaeli travestita da donna seria. E poi una sfilza di ospiti di eccezione, quest’anno prevalentemente connazionali, che forse han superato addirittura la lunga lista di cantanti in gara. Tra cui l’intramontabile Liga, la raffinata Elisa e un duetto alquanto inusuale come quello formato da Raf e Umberto Tozzi.

Il contorno è di dubbia originalità come la scenografia luminosa che ricorda l’Albero della Vita che fu il fulcro dell’Expo del 2016 a Milano, la grafica all’apparenza improvvisata e dalla vena naïf, gli abiti sfoggiati già visti e rivisti.

Tra i soliti nomi di sempre, come quelli di artisti intramontabili che hanno segnato la storia della musica italiana, del calibro della sempre più botulinizzata (Accademia della Crusca, segna!) Patty Pravo, la folle Loredana Bertè e addirittura un brizzolato Nino D’Angelo, capeggiano una serie di artisti più validi che veterani come quei ragazzoni dei Negrita con la loro ventata quest’anno più pop che rock, il solito Renga di sempre con note lente e una canzone deludente, Cristicchi con la sua poesia flemmatica più parlata che cantata, Silvestri che tratta una nuova piaga sociale in una canzone blanda che non convince, una Paola Turci non proprio al top, un’Arisa stranamente briosa.

E poi un’incursione di trap con Achille Lauro (è trap), di lirica contemporanea con il trio di giovani de Il Volo e il grande classico di quella consueta nomea di artisti sconosciuti con canzoni poco bilanciate e incatalogabili.

Infatti ha vinto il più sconosciuto tra tutti (come è che si chiama?!)!

La cosa più bella? Lo sbarco dell’indie sul pianeta Sanremo. Dopo il trionfo de Lo stato sociale l’anno scorso, quest’anno vediamo Motta che prova a parole sue di ridestare l’Italia, gli Ex-Otago in una veste un po’ troppo pop (tra l’altro che verve ha sfoggiato il cantante?!) che durante la serata delle ospitate hanno cantato addirittura con quel piacione di Jack Savoretti, quegli alternativi degli Zen Circus che vantano forse il testo più bello di tutto il festival che raggiunge quel no plus ultra se viene interpretato nel magnifico duetto con il mio adorato Brunori Sas (e tu quando a Sanremo per riportare in alto il nome di una tale manifestazione?), quel veterano tocco di Salento questa volta grazie ai Boomdabash, e, non da ultimo, Ultimo, che graffia e coinvolge nel duetto con Fabrizio Moro con una canzone orecchiabile ma mai banale.

Tutto il resto è noia.

Perché Sanremo è Sanremo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...